GoForBenefit

Società benefit

Dieci anni di società benefit: i numeri dicono che il modello regge

Nel 2026 la legge sulle società benefit compie dieci anni di applicazione, e la Ricerca Nazionale 2026 conta 5.754 società al 31 marzo, in crescita di quasi il 20 per cento sull'anno. Crescono più delle imprese tradizionali e retribuiscono meglio. Il vantaggio, però, non sta nell'etichetta: sta nel metodo.

La ricorrenza è di quelle vere, non di quelle costruite per un comunicato. Il 1° gennaio 2016 entravano in vigore i commi 376–384 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, e l’Italia diventava il primo Paese in Europa a dare forma giuridica alla società benefit. Dieci anni dopo, la Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026 — condotta da NATIVA, Intesa Sanpaolo, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit — restituisce la fotografia di un fenomeno che non è più una nicchia: 5.540 società a fine 2025, il 21 per cento in più dell’anno precedente, salite a 5.754 al 31 marzo 2026; oltre 241.000 addetti; un valore della produzione di 69 miliardi di euro, pari al 2,5 per cento del totale nazionale.

I confronti dicono di più dei valori assoluti. Nel triennio 2022–2024 le società benefit hanno accresciuto il fatturato del 14,6 per cento, contro il 5,3 delle imprese tradizionali; hanno aumentato gli addetti in due casi su tre; riconoscono retribuzioni medie di 41.000 euro per lavoratore, contro i 38.000 delle altre. Sono correlazioni, non miracoli — su questo torneremo — ma bastano a spostare la domanda: non più se il modello esista, bensì che cosa distingua chi lo pratica da chi lo indossa.

Che cos’è una società benefit — e che cosa non è

Per chi incontra il termine per la prima volta, conviene partire da ciò che la società benefit non è. Non è un ente non profit: è una società ordinaria — una srl, una spa, anche una società di persone — che produce e distribuisce utili come tutte le altre. Non è un’impresa sociale, che è una qualifica del Terzo settore con vincoli stringenti su utili e governance. E non è una B Corp: quella è una certificazione privata, rilasciata da un ente non profit internazionale a chi supera una soglia di punteggio, mentre la società benefit è una forma giuridica prevista dalla legge italiana. Le due cose possono coesistere, ma non coincidono.

Che cosa è, allora. È una società che scrive nel proprio statuto, accanto allo scopo di lucro, una o più finalità di beneficio comune: effetti positivi — o riduzione di effetti negativi — su persone, comunità, territori, ambiente. Da quella scrittura discendono obblighi precisi. Gli amministratori devono bilanciare l’interesse dei soci con le finalità dichiarate; va individuato un responsabile del beneficio comune; e ogni anno la società deve allegare al bilancio una relazione d’impatto, redatta secondo uno standard di valutazione esterno, che dia conto degli obiettivi, delle azioni e dei risultati, e va pubblicata sul sito. La legge non concede in cambio agevolazioni fiscali dedicate: chi presenta la trasformazione come un’operazione di risparmio d’imposta la presenta male. E chi si dichiara benefit senza perseguire davvero le finalità dichiarate risponde davanti all’Autorità garante della concorrenza per pratiche commerciali scorrette: il comma 384 lo prevede espressamente.

Il discrimine è il metodo

I numeri della ricerca vanno letti con onestà: la forma benefit non fa crescere un’impresa per il solo fatto di essere adottata. Più probabilmente seleziona — la sceglie chi ha già una direzione — e poi disciplina: obbliga a dichiarare obiettivi, a misurarli, a renderne conto in pubblico, anno dopo anno. È qui che il decennale consegna la sua lezione. La relazione d’impatto può essere due cose molto diverse: un adempimento compilato a dicembre, che si vede e non convince nessuno; oppure uno strumento di direzione — obiettivi espliciti, indicatori scelti con criterio, confronto tra gli anni — che tiene insieme la promessa statutaria e la gestione. La differenza tra le due non la fa la legge, la fa il metodo.

Dieci anni dopo, insomma, il modello è maturo e la domanda si è spostata sulla qualità: banche, committenti e talenti hanno imparato a leggere le relazioni d’impatto, e distinguono. GoForBenefit questa forma l’ha scelta per sé — è una società benefit, e la propria relazione d’impatto la pubblica. Per chi sta valutando la trasformazione, o ha uno statuto benefit che aspetta di diventare pratica, la pagina della consulenza dedicata spiega da dove si comincia: statuto, governance, prima relazione.

Fonti: legge 28 dicembre 2015, n. 208, commi 376–384 (testo su Normattiva); Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026, comunicato InfoCamere con i dati al 31 marzo 2026.